La rabbia non è un’emozione negativa

rabbia

Molti parlano di emozioni negative e positive come se si potesse fare una classifica: se sei capace di provare spesso gioia, felicità, entusiasmo, eccitazione e calma sei una persona adeguata e “positiva”, altrimenti se ti capita di provare tristezza, malinconia, rabbia e paura allora c’è qualcosa su cui lavorare.

Questa negazione delle emozioni considerate negative non va bene. Non va affatto bene soprattutto se viene insegnato ai bimbi che essere spaventati è da deboli, che essere tristi e piangere è da “femminucce” o che mostrarsi arrabbiati ferisce mamma o papà.

L’intera gamma delle emozioni esiste per essere provata. Possono esserci emozioni piacevoli e spiacevoli, questo è certo, ma le emozioni non sono mai negative.

Oggi ti voglio parlare nello specifico della rabbia.

Quand’è che provi rabbia? Cosa ti fa arrabbiare di solito?

Comunemente le risposte sono “quando qualcuno mi sparla alle spalle”,  “quando qualcuno mi imbroglia”, “quando qualcuno salta la fila”, “quando qualcuno mi insulta” ecc. Ottimo, tutti motivi in cui si può manifestare la rabbia ma cos’hanno in comune questi episodi? Pensaci bene: sono situazioni in cui vivi un’ingiustizia, un sopruso.

La rabbia emerge in noi, infatti, di fronte a soprusi che stiamo vivendo o limiti che gli altri hanno oltrepassato.  

Improvvisamente ti senti accaldato, la sensazione è del sangue che ribolle nelle vene, ti “prudono” le mani e potresti non essere molto lucido. Tutte sensazioni fisiche naturali connesse alla rabbia!

Perché molti pensano che la rabbia non debba essere mostrata?

Ci sono varie ragioni, molto spesso legate al modo in cui siamo stati educati da bambini, a ciò che ci è stato insegnato o a ciò che abbiamo vissuto. Ti faccio alcuni esempi:

Fausto da bambino litigava spesso con i fratelli più piccoli perché lo infastidivano: gridava e li minacciava di non farli più entrare nella sua stanza. La madre però era profondamente impaurita da queste reazioni e ogni volta andava da lui, con atteggiamento sommesso, dicendogli “Fausto, così mi ucciderai! Mi spaventi tanto, ti prego, ti supplico, prova ad andarci d’accordo”.  

In questo caso Fausto non aveva reazioni sproporzionate, si difendeva dai fratellini cercando di trovare un suo spazio, come in ogni famiglia! La madre però, per criticità legate alla sua storia, reagiva a questo in modo esageratamente spaventato e ansioso, con frasi molto forti (“così mi ucciderai!”). Fausto ha imparato che la sua rabbia è talmente forte da spaventare gli altri, perciò oggi da adulto non la mostra.

Elisabetta era una bambina gioiosa ma ad un certo punto ha vissuto esperienze forti in famiglia: il padre, a seguito di un danno cerebrale, aveva scatti di rabbia molto violenti a cui lei ha assistito. Nessuno purtroppo le ha spiegato cosa stava succedendo e ciò che ha imparato è che la rabbia, quando viene espressa, può essere molto violenta.

Capisci ora da dove derivano certe credenze?

Tutto ciò che viviamo durante gli anni dell’infanzia e adolescenza influenzeranno la nostra personalità adulta. Attenzione: non ho detto che “determineranno” ma che “influenzeranno” la vita adulta.

Tra queste esperienze ci sono quelle legate all’educazione emotiva.

Cosa pensavano i tuoi genitori della rabbia? Come la esprimevano? E a te era permesso esprimerla? Quali erano le reazioni alle tue arrabbiature? Ci sono mai state conseguenze?

Prenditi qualche minuto per rispondere e riflettere su questo, potrebbe esserti d’aiuto nella gestione della tua rabbia.

Spero di esserti stata d’aiuto e ricorda: ANCHE TU PUOI ARRABBIARTI!

Il caso di Ilaria

Ho raccontato il caso di Ilaria in un video. Ilaria è una ragazza che per molto tempo ha trattenuto e negato la sua rabbia ma che ora sente esplodere e non sa come gestire. Clicca per vedere un frammento del colloquio.

La psicologa risponde: Ilaria e la sua rabbia

1 commento

  1. […] un’emozione negativa anche se a volte è spiacevole o vorresti non sentirla. Nell’articolo La rabbia non è un’emozione negativa ti parlo proprio di questo e, se non l’hai già fatto, ti invito ad andare a leggerlo. […]

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