Autolesionismo: perché e quando accade?

autolesionismo

Dostoevskij scriveva “A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza” e aveva ragione. Ci sono persone, per lo più adolescenti ma non solo, che fanno ricorso a tagli, bruciature ed altro per procurarsi delle ferite. Comportamenti questi che spesso trovano reazioni di comprensibile preoccupazione se non orrore da parte degli altri.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza riguardo questo fenomeno che pare essere purtroppo oggi diffuso.

Quando si parla di autolesionismo?

Tecnicamente si parla di autolesionismo quando una persona lede il proprio corpo procurandosi volontariamente e ripetutamente ferite. La modalità non è importante e spesso le persone sanno essere, purtroppo, creative su questo. Sembrano esserci addirittura siti internet e forum che offrono spiegazioni dettagliate su come fare.

Quando e perché accade?

Secondo Portelli e Papantuono questa pratica trasgressiva viene messa in atto per provocare forti emozioni: è una condotta che dà contemporaneamente dolore e piacere. Le prime volte è il dolore a dominare. È solo con la ripetizione che tale dolore può trasformarsi in un morboso piacere, portando a volte alla compulsione.

Nardone e Selekman sostengono che i comportamenti  autolesionistici possono originare sia dal dolore sia dal piacere con due conseguenze e motivazioni alla base diverse.

1. Quando il dolore interiore è troppo forte

Nel caso in cui la persona danneggia il proprio corpo lo fa non solo procurandosi ferite ma anche abusando di sostanze, intraprendendo pratiche sessuali rischiose o con estreme condotte alimentari. In questo caso il dolore emotivo che la persona prova è talmente insopportabile e ingestibile che l’unico modo trovato per porvi rimedio è quello di anestetizzarlo mediante ferite al corpo fisico. Dalle narrazioni di queste persone emerge infatti che il dolore fisico è più tollerabile di quello interiore e per lo meno, per qualche istante, tutta l’attenzione è convogliata verso la ferita, pertanto la tristezza o la rabbia vengono provate con minore intensità.  

Come la morfina, l’autolesionismo solleva dal dolore, perciò la persona giunge a non poterne fare a meno.

 

2. Quando a prevalere è il piacere

In altri casi vi sono pratiche messe in atto per il puro piacere: attirare l’attenzione, tenere in ostaggio, manipolare una situazione, andare oltre i propri limiti per ottenere approvazione ecc. 

In questo secondo caso, tagli e ferite non sono nascosti, c’è la volontà di renderli visibili a genitori, insegnanti, amici o altri adulti. Capita a volte, soprattutto tra i più giovani, che questi comportamenti divengano oggetti di vanti per dimostrare coraggio, forza, appartenenza. In questo secondo caso non c’è quindi la vergogna per ciò che si prova ma diventa un modo per catalizzare l’attenzione. Bada bene, questo secondo caso non avviene solo tra i giovanissimi ma anche tra gli adulti.

Cosa fare in questi casi?

Pare chiaro che entrambe le forme descritte richiamano una difficoltà seria di gestione del proprio mondo interno.

Nel primo caso la persona (sia essa adolescente o adulta) ha bisogno di imparare a gestire il dolore, la tristezza e la rabbia che sembrano non essere contenibili ma dilaganti.

Nel secondo caso, se si tratta di ragazzi, nel momento in cui insegnanti o genitori ne entrano in contatto, è bene fermarsi e parlare con il minore. Un dialogo aperto, emotivo, sincero in cui cercare di comprendere le ragioni alla base di questo atto. Spesso è difficile che sappiano dire “lo faccio perché mi sento solo” oppure “lo faccio perché ho bisogno di essere vista dai miei compagni” ed è utile rivolgersi ad uno psicologo.

Se invece noti che la persona che effettua atti autolesivi è un adulto a te vicino (moglie, marito, fratello, sorella) è bene parlare con lei/lui della possibilità di richiedere un aiuto specialistico per affrontare questo problema. Qualora incontri una resistenza, sii tu il primo a renderti disponibile per fare un lavoro su di te per capire cosa puoi fare in relazione a questa persona. Capita infatti che il procurarsi ferite o farsi del male sia strumentale a mantenerti legato/a a lei/lui e potresti non rendertene conto.

Pare chiaro che in ogni caso descritto sia necessario richiedere un aiuto ad uno psicologo psicoterapeuta che possa far emergere il mondo emotivo sommerso, portatore di questo disagio.

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